Il buon cinema mi ha appassionato fin da quando ero un bambino. Ovviamente i miei gusti, col tempo, sono mutati, anche nettamente. Non ho mai frequentato sale cinematografiche, ma mi sono sempre accontentato di guardare i film alla Tv, a parte un breve periodo, in cui avendo acquistato un videoregistratore, era facile che mi recassi in negozi - soprattutto grandi librerie - in cui poter trovare delle cassette di lungometraggi nuovi o vecchi che non avevo ancora visto, e che m'intrigavano. Ultimamente mi succede spesso di guardare opere filmiche trasmesse da canali in chiaro, che dedicano il loro palinsesto esclusivamente al cinema, come "Iris" o "Rai Movie"; ieri sera, dando credito ad un consiglio letto su Facebook, ho deciso di vedere "Il tempo che ci vuole": un film di Francesca Comencini trasmesso da "Rai 5". Ebbene, sono rimasto pienamente soddisfatto da tale visione, che mi ha emozionato e commosso come mi avviene raramente. La vicenda raccontata è autobiografica: parla della vita di Francesca, partendo dagli anni dell'infanzia e giungendo a quelli della maturità, accanto al padre Luigi: ottimo regista italiano, autore di opere indimenticabili come "Tutti a casa" (1960) e lo sceneggiato televisivo "Le avventure di Pinocchio" (1972), che è entrato a far parte dei miei migliori ricordi appartenenti all'età infantile. Nel film di Francesca - terzogenita della famiglia Comencini - per tutta la storia compaiono solamente padre e figlia, come se il resto dei familiari fossero assenti (cosa che non credo, perché è più probabile si tratti di una scelta precisa dell'autrice). La quasi totalità degli eventi descritti, appartengono agli anni '70 del XX secolo: un decennio particolare, per certi aspetti duro e difficile. Il momento più drammatico si trova nella seconda parte del film, relativa, grosso modo, alla seconda metà del decennio citato; è in questo periodo che Francesca si trova a vivere un momento esistenziale complicatissimo, da cui riesce a venirne fuori esclusivamente grazie all'intervento paterno, che per aiutare la figlia, decide di partire verso Parigi con lei; nella capitale francese, i due rimangono per un tempo non specificato, che è, come recita il titolo del lungometraggio: "il tempo che ci vuole" per risolvere definitivamente i problemi che affliggono Francesca. Qui vien fuori la straordinaria umanità di Luigi, un uomo che ama profondamente la figlia, tanto più quando questa non riesce ad uscire da una situazione tremendamente complicata. La storia ci fa capire che Francesca, senza il supporto paterno, probabilmente non sarebbe mai diventata una bravissima regista, tanto meno avrebbe realizzato questo film così pieno di umanità e di amore: un capolavoro.
mercoledì 26 agosto 2026
sabato 9 agosto 2025
"Blue Jasmine" di Woody Allen
Non sono mai stato un ammiratore di Woody Allen, anche se qualche suo film non mi è dispiaciuto. Ho rivisto dopo circa un anno "Blue Jasmine", lungometraggio diretto proprio dal cineasta newyorkese, e sono di nuovo rimasto entusiasta, sia della vicenda qui narrata sia dei personaggi ottimamente interpretati da attori perfetti nei ruoli affidatigli (presumo che il motivo di tale bravura sia da ricercare anche e soprattutto nella direzione di Allen). La protagonista è una donna di mezza età, ancora affascinante, che si chiama Janet ma ama farsi chiamare Jasmine; coprotagonista è la sorella adottiva (lo sono entrambe), di nome Ginger: meno bella di Jasmine, ma più assennata. Il film inizia con l'arrivo di Jasmine nella modesta casa della sorella, a causa di seri problemi finanziari nati a seguito dell'arresto e del successivo suicidio del marito: un facoltoso uomo d'affari che si era arricchito grazie ad una serie di truffe ai danni di ingenui malcapitati, attratti dalle lusinghe d'investimenti assai proficui, paventati proprio da Hal (questo è il nome del defunto marito di Jasmine). Il lungometraggio alterna scene del presente e del passato della avvenente donna; nelle prime le due sorelle vivono le loro differenti situazioni economiche, sociali e sentimentali in modo differente. Ginger, dopo la separazione da Augie, suo precedente marito - proprio a causa di un malaugurato investimento consigliatogli da Hal, che ha avuto come conseguenza la perdita di una notevole somma di denaro acquisita dalla ex coppia a seguito di una vincita alla lotteria - ha una relazione con Chili: un modesto meccanico che la ama moltissimo, ma che certo non gli può offrire più di tanto, a parte l'amore sincero che prova per lei; Jasmine prova a rifarsi una vita propria, trovando un lavoro da segretaria presso uno studio dentistico e, nello stesso tempo, frequentando un corso serale per apprendisti d'informatica. Nelle scene relative al passato delle due sorelle, si mette in risalto la personalità di Jasmine: una donna che ama il lusso e disprezza la povertà; che si disinteressa dei modi in cui il marito si è arricchito, ma che si adagia tranquillamente nella vita opulenta e fastosa di un ambiente molto benestante; che neppure si accorge - al contrario della sorella - dei continui tradimenti di Hal (lo viene a sapere molto tardi); che contribuisce direttamente a coinvolgere in un disastro finanziario (a causa di investimenti inopportuni) il marito di Ginger, il quale proprio a causa di questo fatto lascia la moglie. Ma Jasmine combina guai anche dopo la fine del suo matrimonio, conclusosi tragicamente dopo il suicidio di Hal in prigione: dà nuovi, cattivi consigli alla sorella che l'ha accolta in casa malgrado tutto, incitandola a lasciare il suo fidanzato per cercane un altro che sia di un rango sociale più elevato; il risultato è che Ginger abbandona Chili e inizia una relazione con un uomo: Al, conosciuto durante una festa; questo rapporto però si sgretola dopo pochissimo tempo a causa delle bugie di Al, che, messo alle strette, rivela a Ginger di essere sposato. Nel frattempo Jasmine conosce a sua volta un uomo assai benestante: Dwight; ma dopo gli ottimi presupposti che farebbero pensare ad una relazione salda e duratura tra i due, Jasmine commette l'errore fatale di tenere completamente nascosto il suo passato matrimonio a Dwight, che viene però a sapere tutto dopo un casuale incontro con Augie, il quale esterna a Jasmine tutto il suo risentimento per il patrimonio dissoltosi a causa di nefasti investimenti consigliatigli da lei e da Hal. Jasmine si ritrova di nuovo sola, e quando torna nella casa di Ginger scopre che la sorella è tornata con Chili. Sempre più provata e insofferente, s'imbottisce di psicofarmaci e di alcolici per poi lasciare definitivamente la casa della sorella. Il film termina con Jasmine che si ritrova in strada e, seduta su una panchina di un parco, parla da sola. È soprattutto il finale che mi ha sorpreso e intristito: Jasmine era una donna bellissima, che poteva avere tutto dalla vita, ma a causa della sua dissennatezza si ritrova senza niente. Penso che Allen, nel creare questa storia si sia ispirato a persone realmente conosciute, e credo che ve ne siano tante, anche ai giorni nostri. L'attrice Cate Blanchett, nei panni di Jasmine, è semplicemente perfetta, ed ha senz'altro meritato l'Oscar come migliore attrice protagonista del 2013.
martedì 29 luglio 2025
"Padri e figlie" di Gabriele Muccino
Del tutto casualmente ho visto buona parte di un film trasmesso da Rai Movie, e sebbene mi sia perso la parte iniziale, questo film mi è piaciuto molto, e ne vorrei parlare. S'intitola "Padri e figlie", ed è uscito nelle sale nel 2015; il regista è Gabriele Muccino, ma la produzione ed il cast sono statunitensi.
I protagonisti sono due. Il primo è Jake (interpretato da Russel Crowe), un uomo di mezza età che di professione fa lo scrittore; la svolta nella vita di Jake avviene a seguito di una sua fatale distrazione, che provoca un incidente automobilistico in cui muore la moglie; lui si salva, ma subisce delle serie conseguenze a livello di salute (tremori continui e crisi epilettiche). Così si ritrova da solo, sia a dover affrontare una seria malattia cerebrale, sia a dover provvedere al mantenimento dell'unica figlia rimasta orfana di madre. Le cose si complicano quando, a causa delle conseguenze della malattia, l'uomo è costretto al ricovero in un ospedale (vi rimarrà per sette mesi) e la bambina viene momentaneamente affidata ai benestanti zii materni. Tornato a casa, Jake, riprende con sé la figlia, ma gli zii sono decisi ad ottenerne l'affidamento a causa dei gravi problemi mentali e finanziari che ha il padre (l'ultimo suo libro si rivela un fiasco completo, sia a livello di vendite che di critica). Jake decide così di affidarsi ad un avvocato, e di andare in giudizio; quando le cose sembravano mettersi male, perché l'uomo non appare in grado di affrontare le spese della causa in corso, ecco il colpo di scena: lo zio della piccola viene direttamente coinvolto in una tresca amorosa extraconiugale, perdendo così ogni diritto sull'adozione. Nel contempo Jake affida alla sua editrice (nei cui panni c'è Jane Fonda) il manoscritto di un nuovo romanzo scritto in pochi mesi, proprio per ottenere dei soldi velocemente e poter affrontare le spese giudiziarie. Quando tutto sembra risolto, Jake ha un malore, e muore a seguito di una crisi epilettica.
L'altra protagonista - le due storie nel film vengono narrate parallelamente - è una ragazza di nome Katie (interpretata da Amanda Seyfried), che, ancora prima di laurearsi in psicologia, viene assunta come assistente sociale e lavora in una sorta di orfanatrofio, cercando di aiutare dei bambini rimasti traumatizzati a seguito della perdita o dell'abbandono dei loro genitori. In particolare si occupa di Lucy: bimba affetta da mutismo a seguito della morte improvvisa della madre. Nel contempo Katie conduce una vita da autentica libertina, fino a quando conosce Cameron: ragazzo serio e intelligente, appassionato di letteratura e in particolare dei libri scritti dal padre della ragazza. Tra i due nasce un rapporto d'amore apparentemente saldo, ma Katie non riesce a rinunciare alla vita che faceva prima di conoscere Cameron, e pur amandolo, lo tradisce in continuazione, causando sconcerto e rabbia nel ragazzo che, dopo l'ennesimo sfacciato tradimento decide di lasciarla definitivamente. Katie deve lasciare per sempre anche Lucy, a cui si era affezionata molto, perché nel frattempo una famiglia aveva deciso di adottarla. Disperata e sola, la ragazza cerca di nuovo l'ex fidanzato, e visto che non gli risponde più al telefono lo va a cercare nella sua abitazione. Quando il ragazzo gli apre la porta, Katie scopre che non è solo, e se ne va piangendo. Quando torna a casa, però, trova Cameron che la sta aspettando, disposto ancora una volta a perdonarla e ad amarla, malgrado le difficoltà palesi del loro tormentato rapporto.
Soltanto alla fine ho compreso, non avendo visto la parte iniziale della storia, che Katie era la faglia di Jake: cresciuta senza i genitori e traumatizzata dai due tragici eventi che le avevano fatto perdere prima la madre e poi il padre. È, come ho detto, un gran bel film, che parla di sentimenti, d'amore e dei problemi che possono nascere nella vita di chiunque si trovi ad affrontare delle situazioni imponderabili, che arrivano all'improvviso e che hanno conseguenze devastanti sul prosieguo della vita. Tutt'altro che mascherata, nel film c'è anche una critica alla società odierna, e lo si capisce sia dalla posizione precaria in cui si ritrova il povero padre, costretto a difendersi per avere ancora con sé la figlia, pur non avendo fatto nulla di sbagliato; sia per un dialogo in particolare, che vede protagonista proprio Jake: stressato dal faticoso lavoro a cui lui stesso si è volontariamente sottoposto per pubblicare in breve tempo un nuovo libro e ottenere così del denaro necessario al proseguimento della causa giudiziaria, l'uomo ha una discussione con la figlia che, sentitasi trascurata dal padre, lo rimprovera e si allontana piangendo. La riporto per intero, perché mi ha colpito: «Lavoro per chi? Per chi è il lavoro? Perché ci servono i soldi per gli avvocati, soldi per il cibo, soldi per i vestiti, per la scuola, per avere un tetto sopra la testa, perché noi viviamo negli Stati Uniti dei soldi: arte, amore, amicizia non hanno più alcun valore, solo i soldi!».
giovedì 24 luglio 2025
"Gruppo di famiglia in un interno" di Luchino Visconti
Ho visto di nuovo - credo che fosse la quinta o la sesta volta - il film di Luchino Visconti intitolato Gruppo di famiglia in un interno. Ogni nuova visione mi convince sempre più del fatto che si tratti di un'opera cinematografica di eccezionale valore. Cominciai a sentirne parlare quando ero ancora bambino, perché, nei giorni in cui il film fu proiettato nelle sale italiane, anche i miei genitori ed i miei nonni materni si recarono al cinema per vederlo. Credo ne rimasero alquanto entusiasti, poiché nei giorni successivi, se ben ricordo, il film divenne uno degli argomenti più trattati quando tutti o quasi si ritrovavano in casa mia o dei miei nonni. Io allora non potei andare a vederlo per via del divieto ai minori (avevo soltanto otto anni); cosa assurda ai tempi d'oggi, visto che non vi sono scene particolarmente cruenti o spiacevoli. Non ricordo bene quando lo vidi per la prima volta, ma è certo che non mi fece impazzire; poi, cogli anni, riguardandolo ancora, mi accorsi che era un ottimo film. Negli ultimi tempi credo di averlo rivisto almeno tre volte, rimanendo sempre molto soddisfatto delle visioni. È cosa nota a tutti il fatto che Luchino Visconti sia stato uno dei registi più validi della storia del cinema italiano; per apprezzare appieno i suoi tanti, ottimi film, occorre secondo me crescere intellettualmente. Gruppo di famiglia in un interno è una sorta di romanzo adattato al cinema, che vede come protagonista un anziano professore; l'uomo, totalmente disilluso e privo di qualsivoglia amicizia, vive da solo, dedicandosi esclusivamente a studi personali e alla collezione di quadri del XVIII secolo, di grandissimo valore. All'improvviso, nella sua isolata eppur tranquilla esistenza, irrompe una famiglia decisamente sui generis, composta da una marchesa, il suo amante, la sua figlia e il fidanzato di quest'ultima. La marchesa, dopo avere scoperto casualmente dell'esistenza di un appartamento vuoto, che si trova sopra quello del professore (di cui è proprietario), entra quasi furtivamente nella casa dell'anziano, e gli chiede di vedere l'alloggio. Malgrado i rifiuti dell'uomo, che non intende affittarlo e tanto meno venderlo - come vorrebbe la signora Brumonti (cognome della marchesa), aiutata in questo dagli altri tre famigliari che nel frattempo sono sopraggiunti sul luogo -, ottiene a seguito di tenaci insistenze, il consenso del professore. Da qui in poi succederanno una serie di eventi che il professore minimamente poteva immaginare, e che lo faranno infuriare più di una volta. Però il locatore, malgrado alcune minacce, non ritornerà sulle sue decisioni, e lascerà alla stravagante famiglia anche la libertà di apportare profonde modifiche agli interni del suddetto appartamento, che ne risulterà sconvolto, a favore di una modernità rifacentesi a gusti orribili. La verità, come ben spiegherà il professore stesso in occasione di una cena con tutti i nuovi coinquilini, è che l'uomo si è affezionato a tutti loro, perché la loro inaspettata, movimentata eppur gradita presenza lo ha risvegliato da una sorta di torpore mentale e fisico in cui viveva da molti anni; il loro arrivo ha rappresentato per lui, vecchio e solo, l'estrema possibilità di avere finalmente una famiglia: cosa che non si era verificata nel suo passato, perché il suo matrimonio era subito finito male, e si era troppo presto lasciato con l'unica donna della sua vita. I cinque personaggi principali del film sono tutti descritti in maniera perfetta da Visconti; la marchesa Brumonti, che di nobile non ha praticamente nulla, è una donna sfacciata, prepotente e isterica, alla continua ricerca del mero piacere fisico e totalmente priva di moralità; Lietta, figlia unica della marchesa, è una ragazza alquanto spregiudicata, a volte provocatrice (tenterà di sedurre anche il professore), estroversa al punto di dire sempre e in qualunque occasione - anche le meno opportune - ciò che pensa; Stefano (il fidanzato di Lietta), è un giovane che si adatta perfettamente alla vita smodata e dissipata della famiglia Brumonti, è anche un fervente sostenitore del capitalismo e non perde occasione per difenderlo, litigando con Konrad: l'amante della marchesa, ovvero un ex sessantottino che ha perso per strada ogni ideale rivoluzionario in nome di un'esistenza "facile", tra gente particolarmente ricca, che pure sfrutta spudoratamente perché ha per loro un mai sopito disprezzo, anche dichiarato apertamente. Ma il personaggio che su tutti spicca, è naturalmente quello del professore: uomo onesto, che si è appartato dal mondo per dedicarsi ai suoi interessi artistici e culturali, ma che comunque soffre la sua meditata e ostinata solitudine; pagherà cara questa sua debolezza - se così può essere definita - perché se è vero che i nuovi arrivati lo faranno sentire meno solo, è altrettanto vero che gli sconvolgeranno totalmente la vita, e faranno sì che ne risulti compromessa anche la sua salute fisica. Bellissimo e indimenticabile è il discorso finale che il professore fa durante la sera in cui si ritrova coi famigliari acquisiti per l'ultima volta, e che riporto di seguito:
«Il giorno in cui la signora Brumonti venne da me a chiedermi di affittarle l'appartamento, io rifiutai: avevo paura della vicinanza di gente che non conoscevo, che avrebbe potuto disturbarmi; tutto, invece, è stato molto peggio di quanto potessi immaginare. Semmai sono esistiti inquilini impossibili, io credo che siano toccati a me. Ma poi mi sono trovato a pensare, come diceva Lietta, che avrebbero potuto essere la mia famiglia, riuscita o meno, diversa da me fino allo spasimo; e, siccome amo questa sciagurata famiglia, vorrei fare qualcosa per lei, come lei, senza rendersene conto, ha fatto qualcosa per me. C'è uno scrittore, del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente... racconta di un inquilino che un giorno s'insedia in un appartamento sopra il suo... Lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi... Poi, tutto un tratto, sparisce, e per lungo tempo c'è solo il silenzio. Ma all'improvviso ritorna. In seguito le sue assenze si fanno più rare, e la sa presenza più costante: è la morte, la coscienza di essere giunto al termine della sua vita, che gli si è annunciata in uno dei suoi innumerevoli quanto ingannevoli travestimenti. La vostra presenza qui sopra ha significato il contrario per me, e non credo di essere caduto in un inganno: voi mi avete svegliato bruscamente da un sonno che era profondo, insensibile e sordo come la morte».
Infine qualche parola per gli attori del film: buone le interpretazioni di Claudia Marsani (Lietta) e Stefano Patrizi (Stefano); eccellenti quelle di Silvana Mangano (la marchesa Brumonti) e Helmut Berger (Konrad); fenomenale quella di Burt Lancaster nel ruolo del professore.
domenica 20 luglio 2025
"Compagna di viaggio" di Peter Del Monte
Cora è una ragazza che vive a Roma facendo lavori saltuari; un giorno, una donna la contatta e gli affida un compito particolare: seguire il padre - un ex professore anziano e un po' svanito -, che tutti i giorni esce di casa e molto spesso si perde; Cora accetta, anche perché il compenso è cospicuo, e inizia il suo nuovo lavoro con impegno e scrupolosità, fino al mattino in cui il professore esce di casa con una valigia, va alla stazione e parte senza una meta precisa; la ragazza lo segue, sebbene contrariata. Da qui in avanti i due si allontaneranno e si riavvicineranno più volte, andando incontro ad una serie di situazioni del tutto impreviste. Veramente bello questo film di Peter Dal Monte, grazie ad una storia originale e curiosa e agli attori perfetti nei loro ruoli. Ci sono dei momenti veramente divertenti, soprattutto nel periodo in cui i due protagonisti si parlano; qui nasce un incontro tra due anime diversissime, quasi opposte per età, per carattere e per formazione; eppure tra i due nasce un rapporto d'amicizia e d'intesa impensabile, e quando, nel finale del film, si ritroveranno nella sala d'attesa di un'anonima stazione, basterà il guardarsi e il sorridersi per capire di essere, tutto sommato, simili; poiché, seppure per motivi diversi, entrambi si ritrovano in fuga da realtà spiacevoli, che non gli appartengono e che non riescono ad accettare.
Titolo: Compagna di viaggio
Nazione: Italia
Anno: 1996
Genere: Drammatico
Regia: Peter Del Monte
Cast: Asia Argento, Michel Piccoli, Silvia Cohen, Lino
Capolicchio, Max Malatesta, Pierfrancesco Poggi, Antonio Calia, Christele
Procopio, Maddalena Maggi, Elisabetta Rocchetti, Tarcisio Branca, Katarzyna
Waszynska, Sebastiano Colla, Patrizia Pezza, Germano Di Mattia, Silvana
Gasparini, Teresa Saponangelo, Chantal Ughi.
Durata: 108 minuti.
domenica 13 luglio 2025
"I bambini ci guardano" di Vittorio De Sica
Grazie al canale televisivo Rai Storia, ho avuto la possibilità di rivedere, dopo tanti anni, il primo film drammatico di Vittorio De Sica: I bambini ci guardano. La pellicola uscì nelle sale italiane nel 1943: in pieno conflitto mondiale, e consacrò definitivamente De Sica regista, autore, nei successivi anni, di altri capolavori indimenticabili come Sciuscià, Ladri di biciclette e Miracolo a Milano. Credo che, quella riproposta dalla Rai, fosse una versione restaurata del film, dato che le immagini erano nitidissime; altrettanto però non posso dire parlando del sonoro: decisamente scadente. Il lungometraggio racconta una storia che oggi, probabilmente, non susciterebbe alcun interesse, perché credo si verifichi abbastanza di frequente.
Pricò è il nome di un bambino che vive felicemente a Roma con i suoi genitori: Andrea - il padre - lavora come ragioniere in un ufficio; Nina - la madre - non lavora, e si dedica a far crescere nel migliore dei modi l'unico figlio che ha. Tutto cambia quando Nina ha una relazione extraconiugale con Roberto; quest'ultimo la convince, dopo molti tentativi, a lasciare la sua famiglia e a partire con lui. Andrea si ritrova così, improvvisamente, a dover crescere da solo il figlio, pur se aiutato in questo da una ottima governante. Dopo un breve periodo Nina ci ripensa e torna a casa; Andrea, malgrado ciò che gli ha fatto, decide di perdonarla e di continuare a vivere con lei, anche per il bene di Pricò. Ma quando tutto sembrava risolto definitivamente, ecco che Nina - pedinata da Roberto, mai rassegnatosi a lasciarla andare -, dopo un breve periodo di villeggiatura in una località balneare, decide di fuggire di nuovo con l'amante. Andrea viene a sapere della decisione di Nina da una lettera che trova in casa quando torna dal lavoro; per lui è il crollo definitivo: incapace di affrontare nuovamente una situazione del genere, lascia Pricò in un collegio religioso e quindi si suicida. Il film termina con l'incontro tra il bambino e la madre, entrambi in lacrime; Pricò viene incoraggiato a dirigersi verso Nina, ed abbracciarla, ma il piccolo, che ha capito benissimo la ragione per cui il padre si è tolto la vita, si rifiuta di farlo, e correndo si allontana da lei.
È, alla fine, la storia di un adulterio, che si conclude tragicamente. Andrea è un padre e un marito esemplare: non ha alcuna colpa del tradimento che subisce da parte della moglie; innocente ovviamente è anche Pricò, che soffre della nuova situazione creatasi come il padre. Andrea non reagisce violentemente, come magari succederebbe ai giorni nostri: quando capisce che la sua famiglia è ormai distrutta, si preoccupa di trovare una degna sistemazione al figlio, per poi togliersi definitivamente di mezzo. Il bimbo certo avrebbe preferito crescere insieme al padre, che amava moltissimo, ma ormai non vuole più stare con la madre: colpevole, con i suoi comportamenti irresponsabili, del tragico gesto di Andrea; perciò la rifiuta, preferendo rimanere in collegio, con gente che non conosce, piuttosto che vivere con una persona inaffidabile, che può allontanarsi da lui - così come ha già fatto per ben due volte - perché evidentemente non gli vuole bene.
sabato 21 giugno 2025
"Land" di Robin Wright
In questa nostro mondo, dove la vita umana ha perso ogni valore o forse non ne ha avuto mai alcuno, è possibile perdere le persone che ci stanno più a cuore per motivi inaccettabili, come un attentato terroristico o un incidente stradale. Quando, in seguito a tali dolorosissime perdite, si rimane del tutto soli, è normale che si fatichi terribilmente ad andare avanti, e che si cerchino delle scappatoie, dei rifugi per non pensare ad una realtà talmente dura da non poterla accettare; e si prova un dolore ancora più acuto, ci si sente ancora più soli stando insieme alla gente che, per forza di cose, è completamente indifferente alla nostra situazione. Questo ed altro ancora racconta il bellissimo film di Robin Wright intitolato Land, e uscito nelle sale cinematografiche nel 2021. Nella vicenda filmica, una donna che ha da poco perduto tragicamente i suoi famigliari, non ce la fa ad andare avanti, e decide di isolarsi totalmente dal mondo; va a vivere in un casolare sperduto tra i monti, e non vuole più avere notizie di chiunque. Ma la sua scelta si rivela troppo ardua: giunto l'inverno, non riesce a far fronte alle difficoltà nate da un clima tremendamente ostile. Per lei sembra finita quando, fortuitamente, viene trovata ancora in vita da un montanaro di passaggio, che ben conosce quei luoghi. Grazie a lui si riprende, e col suo aiuto impara tante cose utili a sopravvivere in un ambiente tutt'altro che confortevole. La donna non desiste affatto dalla sua scelta di vivere da sola e lontana da tutti, ma accetta le visite saltuarie dell'uomo a cui deve la vita. Quando quest'ultimo non torna per molto tempo, è lei che va a cercarlo nella città più vicina, scoprendo che è malato gravemente, e che presto morirà. Alla fine la donna ritorna sulle sue drastiche decisioni, e si mette in contatto con la sorella. Un dialogo tra la donna e il montanaro mi ha colpito particolarmente: lui le chiede se si sente sola in quel luogo sperduto, e lei risponde: "Alle volte sì, ma mai come mi sento sola in città".
lunedì 16 giugno 2025
"Seberg - Nel mirino" di Benedict Andrews
Dell'attrice statunitense Jean Seberg (1938-1979), fino a ieri sapevo ben poco. Me la ricordavo e tutt'ora me la ricordo per due film in particolare: Buongiorno tristezza di Otto Preminger, e Questa specie d'amore di Alberto Bevilacqua. Nulla sapevo della sua tormentata vita, delle sue scelte coraggiose e della sua precoce morte. Tutti questi particolari ed altri ancora, vengono ben narrati nel film intitolato Seberg- Nel mirino (2019), diretto da Benedict Andrews; io ho avuto l'opportunità di vederlo recentemente, e devo dire che la vicenda personale di questa sfortunata attrice (qui interpretata da Kristen Stewart) mi ha sorpreso. Fu in particolare una scelta - del tutto libera e perfino encomiabile - a farla diventare un bersaglio del governo statunitense e dell'FBI: quella di finanziare tramite donazioni in denaro, il gruppo delle "Pantere Nere", che nella seconda metà degli anni '60 del XX secolo si battè per contrastare il razzismo verso i neri d'America. La Seberg, non appena divenne noto a tutti il suo schieramento a favore di questa organizzazione, fu spiata prima e screditata poi tramite articoli denigratori usciti in alcuni tra i più importanti quotidiani degli Stati Uniti. La sua carriera cinematografica, così come la sua vita privata, subirono delle ripercussioni gravissime. Pur continuando a lavorare saltuariamente, la donna non si riprese più, ed a soli quarant'anni morì: fu ritrovata nella sua auto dopo dieci giorni dalla segnalazione della sua scomparsa, e probabilmente si suicidò. Ciò che accadde a Jean Seberg fa riflettere; parlando di libertà, si portano spesso ad esempio gli Stati Uniti d'America, ma tantissimi fatti di cronaca che attraversano l'intero secolo scorso e il primo quarto dell'attuale, mettono fortemente in dubbio che l'America sia un paese veramente libero.
"Estate violenta" di Valerio Zurlini
Valerio Zurlini (Bologna 1926 - Verona 1982) è stato uno dei migliori cineasti di sempre; malgrado abbia realizzato pochi lungometraggi, e malgrado non abbia ricevuto premi in abbondanza né riconoscimenti, a mio avviso va considerato alla stessa stregua di tanti registi forse troppo celebrati, in Italia e all'estero. Come già affermato, la filmografia di Zurlini non vanta molti titoli; tra i pochi - tutti di valore - ne spiccano tre: Estate violenta (1959), Cronaca familiare (1962) e La prima notte di quiete (1972). Del primo film vorrei brevemente parlare, che uscì nel 1959 e vide il debutto in un'opera cinematografica tutta italiana, del giovanissimo e talentuosissimo attore francese Jean-Louis Trintignant. La storia narrata nella pellicola, è quella di un'amore insolito, tra una donna matura di nome Roberta (interpretata da Eleonora Rossi Drago), e Carlo: un giovanissimo studente nei cui panni c'è, per l'appunto, Trintignant; la passione nasce casualmente, durante una vacanza balneare in una cittadina romagnola; il periodo in cui la vicenda si dipana, è quello della 2° Guerra Mondiale. Ciò che mi ha colpito di più, in questo film di Zurlini, è la capacità di descrivere psicologicamente i personaggi principali, di mettere in risalto la forte passionalità della donna, che vede l'attrice Eleonora Rossi Drago nel momento più alto della sua carriera cinematografica. Altrettanto profonda e impulsiva è la personalità del ragazzo, che dimostra di essere ben più maturo - almeno a livello mentale - dell'età che ha. I due, che si amano intensamente, decidono di iniziare e di proseguire una relazione avversata da mille difficoltà, comprese quelle della tragica situazione storica in cui si trovano direttamente coinvolti. Un fatto imprevisto li costringe a fuggire dal luogo in cui si sono incontrati, e quindi si mettono in viaggio senza ben sapere dove approderanno; ma un altro fatto, tremendamente violento, li costringe a fermarsi, e quindi a separarsi definitivamente. Da ricordare è anche l'ottima colonna sonora del film, realizzata dal musicista Mario Nascimbene; di quest'ultima rimane impresso il tema principale, che si ascolta durante un ballo improvvisato nella casa della donna durante una sera estiva: qualcuno dei ragazzi fa partire un disco, quindi Carlo chiede a Roberta di ballare insieme a lui, e la donna accetta; proprio in quel momento l'amore tra i due si palesa, facendo diventare questa scena la più coinvolgente e memorabile dell'intera pellicola.
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| Eleonora Rossi Drago in una scena del film "Estate violenta" (da questa pagina Web) |
sabato 13 luglio 2024
"Radioactive" di Marjane Satrapi
Qualche giorno fa, in una emittente televisiva che trasmette quasi esclusivamente film (credo fosse Iris), ho visto un film molto bello. S'intitola "Radioactive" ed è biografico; la regista è Marjane Satrapi, e l'anno d'uscita è il 2019. Parla delle tappe più significative della vita sociale e professionale di Maria Skłodowska (Varsavia 1867 - Passy 1934): la scienziata polacca più nota a tutti come Marie Curie. A proposito di questo cognome, come tutti sapranno, è quello del marito Pierre (1859-1906). E il film inizia proprio con una scena in cui i due futuri coniugi s'incontrano in una strada parigina (era il 1893). Devo ammettere che, prima di aver visto questo lungometraggio, conoscevo appena i nomi dei due scienziati e, soprattutto, non sapevo alcuni particolari direi importantissimi, riguardanti la carriera della Skłodowska Curie, che fu la prima donna a ricevere il prestigioso premio Nobel per la fisica nel 1903. Nella vicenda filmica, vengono giustamente messe in evidenza le tante difficoltà della scienziata, nel far valere il suo eccezionale talento, e di come fu determinante, in questa precisa sfera, l'aiuto di Pierre Curie: il primo a intercettare le sottovalutate capacità professionali di quella che sarebbe poi diventata la sua compagna. Ma, come ben rimarca la regista, la vita della scienziata polacca non fu mai facile, anche dopo l'acquisita consacrazione; certamente a complicarla fu la tragedia della precoce morte di Pierre, avvenuta nel 1906 a causa di un incidente; così come il successivo, scandaloso rapporto sentimentale che nacque con Paul Langevin: scienziato francese, amico e collaboratore di Pierre. Azzeccate, secondo me, le scene che saltuariamente si spostano agli anni '40, '60 e '80 del XX secolo, mostrando rispettivamente: il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki; gli esperimenti atomici dell'esercito statunitense svoltisi nel deserto del Nevada ai tempi della "Guerra fredda"; il disastro causato dall'incidente nella centrale nucleare di Černobyl'. Come a dire: molte delle scoperte scientifiche e tecnologiche possono rappresentare una risorsa o un pericolo per l'umanità, a seconda dell'uso che ne viene fatto. L'unica pecca del film è, a mio parere, l'aver troppo insistito sulla nosocomefobia di Maria Skłodowska Curie: dettaglio non rilevante e poco piacevole che poteva essere tranquillamente trascurato. "Radioactive" rientra nella categoria di quei film che posseggono delle qualità eccelse: appassionano lo spettatore grazie alla vicenda che narrano, e, nello stesso tempo, lo arricchiscono culturalmente.
Titolo: Radioactive
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 2019
Genere: Biografico/Drammatico
Regia: Marjane Satrapi
Cast: Anya Taylor-Joy, Rosamund Pike, Aneurin Barnard, Sam Riley, Simon Russell Beale.
Durata: 103 minuti.
mercoledì 11 ottobre 2023
"La prima notte di quiete" di Valerio Zurlini
Parlando di registi cinematografici italiani, penso che Valerio Zurlini (Bologna, 19 marzo 1926 – Verona, 26 ottobre 1982) meriti di essere celebrato così come viene fatto per altri esimi cineasti (Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini ecc.). Il regista bolognese diresse almeno 4 film annoverabili tra i migliori in assoluto della storia del cinema italiano; in quanto sceneggiatore, Zurlini seppe creare storie fantasiose e appassionanti; non comune fu anche la sua bravura nello scegliere determinati attori per i ruoli di protagonisti dei suoi lungometraggi; fu lui che fece conoscere dei giovani artisti praticamente sconosciuti, che poi intrapresero delle carriere brillantissime. L'opera cinematografica zurliniana di cui vorrei parlare ora, anche perché, per l'ambientazione che la caratterizza si addice - soltanto in teoria - alla stagione attuale, è La prima notte di quiete, del 1972. In sintesi, il film racconta la travagliata e contrastata storia d'amore tra un professore di lettere ed una studentessa. I luoghi in cui si svolge la vicenda (una Rimini grigia e piovosa), i risvolti psicologici dei personaggi principali, l'eccellente colonna sonora di Mario Nascimbene e la trama intrigante con l'inatteso, drammatico finale rendono questa pellicola di un'intensità tale che è difficile non farsi coinvolgere; malgrado la lunga durata (più di 2 ore), La prima notte di quiete è un film da vedere almeno una volta. Il titolo altro non è che una frase dello scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe, che così volle descrivere la morte. Sonia Petrova è il nome della bellissima attrice francese che interpreta Vanina: la studentessa del liceo classico riminese, fredda e distaccata, di cui s'innamora Daniele: il professore supplente di lettere che nel film è impersonato da Alain Delon (un uomo disilluso che non crede più nel suo lavoro d'insegnante). La Petrova non ebbe molta fortuna nel mondo del cinema, e dopo essere stata scelta, nello stesso 1972, da Luchino Visconti per una parte nel film Ludwig, nel giro di pochi anni diradò le sue apparizioni sul grande schermo. Fece comunque una discreta carriera come attrice televisiva negli Stati Uniti. Delon, invece, ebbe un rapporto di lavoro contrastato con il regista Zurlini, tant'è che i due si presero anche a male parole. Pure, il "sex symbol" francese ha dichiarato che La prima notte di quiete è stato uno dei migliori film della sua carriera da attore. Altri ottimi attori che hanno partecipato a questa opera filmica sono: Salvo Randone (nel ruolo del preside del liceo), Lea Massari (amante di Daniele), Adalberto Maria Merli (fidanzato di Vanina), Giancarlo Gianni (amico di Daniele), Renato Salvatori (altro amico), e Alida Valli (madre di Vanina).
Titolo: La prima notte di quiete
Nazione: Italia
Anno: 1972
Genere: Drammatico
Regia: Valerio Zurlini
Cast: Alain Delon, Sonia Petrova, Giancarlo Giannini, Salvo Randone, Alida Valli, Adalberto Maria Merli, Fabrizio Moroni, Liana Del Balzo, Claudio Trionfi, Carla Mancini, Krista Nell, Sandro Moretti.
Durata: 132 minuti.
domenica 8 ottobre 2023
"A Hong Kong è già domani" di Emily Ting
A volte, per realizzare un bel film basta poco: un paio di bravi attori, buone idee per una trama semplice ma che indaga in profondità i pensieri ed i sentimenti di due individui, ed un luogo che possiede un fascino non comune. Questi elementi sono tutti presenti nel lungometraggio intitolato "A Hong Kong è già domani", uscito nelle sale durante il 2015, diretto dalla regista statunitense Emily Ting e interpretato dai due attori principali: Jamie Chung e Bryan Greenberg. La Chung, nella storia filmica è Ruby: una giovane americana di famiglia cinese, che si trova ad Hong Kong per lavoro; Greenberg è invece Josh, anch'esso statunitense, già residente da dieci anni nella città asiatica. I due s'incontrano per caso, perché la ragazza, perdutasi per le strade di Hong Kong, vede l'uomo e pensa possa aiutarla a trovare la strada dove si deve recare. Dopo un'iniziale diffidenza della ragazza, in seguito alla disponibilità dell'uomo che si offre di accompagnarla fino al punto d'arrivo, i due fanno un percorso cittadino insieme, cominciando a parlare di vari argomenti e scoprendo che tra di loro esiste una simpatia reciproca. Ma dopo un po' di tempo, la ragazza decide di allontanarsi dall'uomo, che gli aveva confessato di aver lasciato la sua ragazza ad una festa di compleanno dove anche lui doveva andare. Casuale, come il primo incontro è anche il secondo che avviene in un traghetto che attraversa la baia di Hong Kong, circa un anno dopo. L'uomo e la ragazza (lui ha circa 35 anni e lei una trentina), questa volta stanno insieme per più tempo, ed hanno l'occasione di conoscersi più approfonditamente; entrambi hanno delle relazioni non semplici e non ben definite con dei partner che non compaiono mai. Alla fine della giornata Josh convince Ruby, titubante, a recarsi insieme a lui in un locale dove si esibisce un gruppo musicale americano; lì, mentre i due stanno ballando, nasce qualcosa che va al di là di una semplice amicizia; l'arrivo di un'amica della ragazza di Josh interrompe quel momento idilliaco, e induce Ruby a riflettere su ciò che gli sta accadendo. Infine i due se ne vanno alle rispettive case insieme, in un taxi, e lì seduti, si confessano le loro incertezze sui sentimenti che stanno provando; in pratica, stanno rimettendo in discussione i rispettivi rapporti coi partner, perché quella sera, dopo il loro secondo incontro è cambiato qualcosa. Il film s'interrompe sul più bello, ovvero quando Ruby giunge davanti alla sua abitazione (Josh invece ancora deve proseguire il trasporto), e, riluttante, non sa se scendere o rimanere con l'uomo che ora, evidentemente ama. È un finale insolito, che non diminuisce il valore del film, perché dà la possibilità allo spettatore d'immaginare o perfino di decidere il proseguo della vicenda (io, per esempio, ho intuito che Ruby sarebbe rimasta nel taxi con Josh). Per il resto, come ho detto all'inizio, si tratta di un bel film, semplice e, potrei dire, d'impianto teatrale (quasi tutta la storia vede protagonisti soltanto l'uomo e la donna, che dialogano tra di loro camminando o sostando in luoghi pubblici). Ovviamente la buona riuscita del film si è verificata grazie alla bravura dei due attori principali (che non conoscevo). Se esistono altre pellicole memorabili che, con le dovute differenze, assomigliano a questa di Emily Ting, e che io ho già visto, mi vengono in mente sia "Breve incontro" (1945) di David Lean, che "Innamorarsi" (1984) di Ulu Grosbard. In entrambi i lungometraggi citati, s'incontrano un po' per caso un uomo ed una donna non giovanissimi, che hanno già delle relazioni ben definite (sono quasi tutti sposati), e dopo il fatale incontro scoprono di non aver provato mai sensazioni così intense, che fanno nascere amori inattesi e passionali, e rimettono in discussione il loro passato, rischiando seriamente - in alcuni casi - di mandare all'aria intere famiglie. Però, a differenza di questi film del passato, in "A Hong Kong è già domani" non c'è un tale livello di drammaticità, perché entrambi i protagonisti non hanno una relazione stabile, e nessuno dei due è sposato o con figli. Tante altre cose vorrei aggiungere riguardo a questo bel film, ma mi limito a dire due parole sull'ambientazione della vicenda: la citta di Hong Kong, vista esclusivamente nelle ore serali e notturne, che ha un fascino particolare, di una città decisamente moderna e piena di attrattive.
Titolo: A Hong Kong è già domani
Nazione: USA-Hong Kong
Anno: 2015
Genere: Sentimentale
Regia: Emily Ting
Cast: Jamie Chung, Bryan Greenberg, Richard Ng, Sarah Lian, Lawrence S. Dickerson, Ines Laimins, Joshua Wong, Zach Hines, Linda Trinh
Durata: 75 minuti.
lunedì 21 agosto 2023
Cinque grandi film italiani che terminano col suicidio del (o della) protagonista
L'estremo gesto che nasce dall'estrema disperazione, la follia che si raggiunge quando si è varcato il muro altissimo che delimita il nostro primordiale istinto alla vita e che ci spinge a cercare la morte. Tutto questo e altro ancora è stato argomento di vari libri e di vari film, si pensi al romanzo "Fuoco fatuo" ( "Le feu follet", 1931) di Pierre Dreu La Rochelle e all'omonimo film (1963) di Louis Malle. Qui in particolare voglio parlare di cinque ottimi film di grandi registi italiani che terminano col suicidio del o della protagonista.
Andando in ordine cronologico, il primo è "Germania anno Zero" (1948) di Roberto Rossellini, è questo anche il film più tragico del regista romano, che lo girò poco tempo dopo aver perso il figlio a causa di una malattia. È la tristissima storia di un ragazzino tedesco che si ritrova a vivere nella Germania del secondo dopoguerra, precisamente a Berlino, dove diviene vittima di situazioni nate dal degrado fisico e materiale e da una povertà enorme; tutto ciò, unito ad una condizione famigliare decisamente problematica, spinge l'adolescente verso il suicidio. Di un a tragicità altissima è l'ultima parte del film, in cui il protagonista cammina per le strade di Berlino che riflettono una città distrutta, morta, annientata da tutti i punti di vista.
A circa dieci anni di distanza dal film di Rossellini, esce nelle sale italiane "Il grido" (1957) uno dei primi lungometraggi di Michelangelo Antonioni. È la vicenda disperata di un uomo che si allontana dalla sua donna perchè questa non lo vuole più e si trova a vivere in luoghi che non riconosce come suoi, incontra donne con cui non riesce ad instaurare un rapporto duraturo; quindi, sconsolato, ritorna nel posto da cui era partito e qui si getta da una torre davanti agli occhi della sua ex amante. Si tratta di una storia che potrebbe essere riportata benissimo ai tempi di oggi, e che vede prevalere quel non-sentimento alla base della trilogia che di lì a poco avrebbe realizzato il regista lombardo: l'incomunicabilità. Il paesaggio padano che trasmette nello spettatore una desolazione profonda, ben si addice alla trattazione di questa notevole opera cinematografica.
Nel 1965 il pubblico italiano può assistere all'opera cinematografica più importante del regista Antonio Pietrangeli: "Io la conoscevo bene", storia di una ragazza che dalla provincia toscana si trasferisce nella capitale italiana e qui, dopo aver svolto molti mestieri senza mai riuscire a realizzarsi e dopo aver conosciuto parecchi personaggi squallidi, tipici approfittatori che la corteggiano per bassi scopi, si accorge della sua totale estraneità rispetto alla società (in verità assai meschina) che la circonda, e, non potendo più tornare indietro, decide di farla finita gettandosi da un balcone. Pietrangeli, ancora una volta ha voluto raccontare la vicenda di una donna, questa volta però il finale è certamente più drammatico rispetto agli altri suoi film, che mai si erano conclusi con un suicidio. La disperazione della protagonista (una bravissima Stefania Sandrelli) non sembra trapelare se non negli ultimissimi minuti della pellicola quando, quasi senza pensarci troppo, la giovane donna compie il gesto estremo lasciando lo spettatore disarmato e sconcertato.
L'idealismo portato alle estreme conseguenze è quello che emerge in "San Michele aveva un gallo", film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani datato 1973, che è da considerarsi come uno dei capolavori dei due cineasti. Giulio Manieri, interpretato ottimamente da Giulio Brogi, è un anarchico italiano che, insieme ad alcuni suoi seguaci, intraprende un'incursione armata per conquistare un paese e per portare la popolazione dalla sua parte, la cosa però non gli riesce e viene arrestato. Allora inizia un lungo periodo di prigionia, trascorso dal rivoluzionario in isolamento completo; gli ideali però non lo abbandonano anche in questa fase difficile e grazie ai suoi sogni sempre vivi riesce a superare i momenti più deprimenti. Un giorno però Manieri viene prelevato dalla sua cella per esser trasferito in un altro carcere; mentre viaggia ammanettato su un imbarcazione attraverso la laguna, si accorge che, a poca distanza dalla sua, c'è un'altra barca in cui viaggiano alcuni prigionieri politici. Inizia un dialogo che permette a Manieri di capire il pensiero politico di questi prigionieri, simile ma non uguale al suo, si accorge di essere ormai vecchio e che i suoi ideali sono sorpassati; allora, non trovando più motivi validi per restare in vita, avendo sacrificato la sua esistenza solo e soltanto alla consacrazione del suo pensiero politico, approfitta di un momento di distrazione della guarda presente nella sua barca per gettarsi in acqua e annegare.
Infine ecco una pellicola di un regista napoletano Mario Martone che rende omaggio ad un altro insigne napoletano: Renato Caccioppoli (1904-1959), il film s'intitola "Morte di un matematico napoletano" (1992) e descrive gli ultimi giorni del professore ormai devastato dall'alcol e da una depressione che nella vicenda filmica non si palesa mai completamente, anche se la figura di Caccioppoli risulta certamente complicata e insondabile. Importante è questa pellicola che pone l'attenzione sull'ultima parte della vita di uno studioso partenopeo certamente poco conosciuto; bravo è l'attore Carlo Cecchi che lo impersona. Improvvisa e per certi versi scioccante appare la decisione, da parte di Caccioppoli, di morire sparandosi un colpo di rivoltella.
ELENCO DI CINQUE FILM CHE SI CONCLUDONO COL SUICIDIO DEL (O DELLA) PROTAGONISTA
"Germania anno Zero" (1948) di Roberto Rossellini.
"Il grido" (1957) di Michelangelo Antonioni.
"Io la conoscevo bene" (1965) di Antonio Pietrangeli.
"San Michele aveva un gallo" (1973) di Paolo Taviani e Vittorio Taviani.
"Morte di un matematico napoletano" (1992) di Mario Martone.
mercoledì 13 luglio 2022
"Agenzia Riccardo Finzi praticamente detective" di Sergio Corbucci
Non è un film straordinario, pure si riesce a vedere, grazie all'innata simpatia di Renato
Pozzetto, all'immediata comicità di Enzo Cannavale (che qui ha una parte
piuttosto importante) e alla presenza di alcune belle attrici dell'epoca:
Simona Mariani, Lory Del Santo e Olga Karlatos. Sufficiente la regia di Bruno
Corbucci (che ha certamente diretto film migliori), e buona la colonna sonora
dei fratelli De Angelis. La storia è ispirata ad un romanzo di Luciano Secchi
(più conosciuto con lo pseudonimo di Max Buker): Agenzia investigativa Riccardo Finzi; non ne sono sicuro, perché non
ho mai letto il libro di Secchi, ma penso che la storia raccontata nel film non
abbia seguito più di tanto la trama del romanzo dello scrittore milanese,
perché in presenza di attori come Pozzetto e Cannavale, è naturale seguire
strade più libere, e fare in modo che l'estro di attori eccezionali emerga senza
vincoli. Tra gli altri attori che compaiono in questa pellicola, ricordo anche
Silvano Tranquilli, Barbara De Bortoli (nel ruolo di una bambina dispettosa) e
Elio Zamuto.
Titolo: Agenzia Riccardo Finzi praticamente detective
Nazione: Italia
Anno: 1979
Genere: Giallo/Commedia
Regia: Bruno Corbucci
Cast: Renato Pozzetto, Enzo Cannavale, Olga Karaltos,
Elio Zamuto, Silvano Tranquilli, Simona Mariani, Barbara De Bortoli, Adriana Facchetti,
Luca Sportelli, Lory Del Santo
Durata: 115 minuti.
giovedì 7 luglio 2022
"Breve incontro" di David Lean
Questo è un film
che lascia il segno; anzi, ritengo sia il migliore tra quelli che hanno come
argomento principale i sentimenti umani. Per comprendere meglio ciò di cui la
pellicola tratta, si potrebbe leggere la poesia Les passantes, di Antoine Pol, che poi divenne una canzone grazie a
Georges Brassens (e, in lingua italiana, grazie a Fabrizio De Andrè). La
poesia, come il film, parla dei possibili, fatidici incontri che, nella vita di
un uomo o di una donna, possono verificarsi casualmente e inaspettatamente. Ma
se nei versi di Pol questi incontri si sono dimostrati fuggitivi e
inconcludenti, nel film, grazie ad una serie di eventi favorevoli, divengono
estremamente importanti. Così, per caso, un uomo e una donna di mezza età, già
sposati e con figli, s’incontrano in una stazione che frequentano spesso, ed
hanno anche modo di conoscersi, fino a capire che sono fatti l’uno per l’altra.
Da quel momento, entrambi si rendono conto che la loro passata vita amorosa non
ha più alcun valore, poiché i sentimenti che ora provano sono di gran lunga più
intensi. Però, ben presto, sopravviene l’amarissima consapevolezza che il loro
amore, così passionale e meraviglioso, non può avere alcun futuro. La donna è
la prima a comprenderlo, e chiede all’amante di aiutarla a lasciarlo. Ma subito
dopo l’ultimo addio, è proprio la stessa donna che non riesce a sopportare il
definitivo distacco, e soffre così intensamente da desiderare la morte
immediata. C’è da considerare che il film uscì nel 1945: quasi un secolo or
sono. In quel periodo esisteva un modo di pensare assai diverso da quello
odierno, e, lasciare la propria famiglia, sebbene per motivi plausibili,
riconducibili alla nascita di un nuovo travolgente amore, era ritenuto più che
scandaloso; per questo i due, pur consapevoli di provare sensazioni nuove,
straordinarie e irripetibili, decidono con estrema riluttanza di lasciarsi,
rinunciando, in sostanza, alla felicità. Ottime le interpretazioni dei due protagonisti e, direi, eccezionale la
regia di David Lean.
Titolo: Breve incontro
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 1945
Genere: Sentimentale
Regia: David Lean
Cast: Celia Johnson, Trevor Howard, Cyril Raymond, Noel
Coward, Joyce Carey.
Durata: 86 minuti.
sabato 2 luglio 2022
"Bersaglio di notte" di Arthur Penn
Un detective
privato accetta l'incarico datogli da una ex attrice vedova, di ritrovare la
figlia sedicenne fuggita da alcuni giorni ma, proprio mentre si sta dedicando
alle prime ricerche, scopre che la sua compagna lo sta tradendo. Continua
comunque a svolgere il suo lavoro e, dopo qualche tentativo andato a vuoto,
riesce a rintracciare la ragazza, che vive in Florida con l'ex amante della
madre. Quindi si reca sul posto e fa ulteriori scoperte.
E' un film che
merita di essere visto, per la storia che si dipana in modo imprevedibile e che
presenta un finale che lascia delusi, forse, ma che certo non è il solito lieto
fine di tanti film americani; ma va visto anche per la solita bravura di Gene
Hackman e per la presenza di una giovanissima Melanie Griffith, che interpreta
la minorenne scomparsa; quando girò questo film, l'attrice newyorchese forse
non aveva ancora compiuto diciotto anni, e, da quanto mi risulta, è anche la
prima parte importante della sua gloriosa carriera. Per quanto riguarda la
regia di Arthur Penn (diresse Anna dei
miracoli, Gangster story e Piccolo grande uomo), questo è uno dei
suoi lungometraggi migliori, come il successivo Missouri, uscito nel 1976.
Titolo: Bersaglio di notte
Nazione: Stati Uniti
Anno: 1975
Genere: Drammatico
Regia: Arthur Penn
Cast: Gene Hackman, Susan Clark, Jennifer Warren, Edward Binns, Harris
Yulin, Melanie Griffith, John Crawford, Kenneth Mars, Janet Ward, James Woods,
Anthony Costello.
Durata: 95 minuti.
venerdì 1 luglio 2022
"Trilogia del terrore" di Dan Curtis
Sono tre episodi.
Nel primo, una professoressa apparentemente tutta d'un pezzo, cade nella
trappola tesagli da uno studente; nel secondo episodio, due sorelle
completamente diverse si contrastano fino alla morte; nel terzo, una donna
torna a casa con un regalo per il suo fidanzato che compie gli anni: un pupazzo
estremamente brutto che raffigura un cacciatore preistorico e che, come è
scritto su un foglio, potrebbe tornare a vivere.
Nato come
prodotto televisivo, Trilogy of terror
è diventato, col tempo un cult movie.
Sinceramente non ne comprendo il motivo, visto che il primo episodio può anche
salvarsi, ma il secondo risulta scontato fin dall'inizio, e il terzo è
semplicemente ridicolo, col pupazzo che si anima e, assetato di sangue attacca
furiosamente la povera donna, la quale, alla fine, si ritroverà posseduta
dall'anima sanguinaria del cacciatore. Comunque è senz'altro brava Karen Black,
protagonista femminile in tutti e tre gli episodi citati. Infine un aneddoto:
ricordo che questo film fu trasmesso dalla Rai in prima serata nella seconda
metà degli anni '70; poiché l'annunciatrice disse che la visione era
consigliata ad un pubblico adulto, i miei non mi permisero di vederlo e mi
costrinsero ad andare nella mia camera. Ridicolo anche questo: il film non
possiede nulla di terrificante.
Titolo: Trilogia del terrore
Nazione: Stati Uniti
Anno: 1975
Genere: Horror
Regia: Dan Curtis
Cast: Karen Black, Robert Burton, John Karlen, George Gaynes, Jim
Storm, Kathryn Reynolds, Gregory Harrison, Tracy Curtis, Orin Cannon
Durata: 72 minuti.
martedì 28 giugno 2022
"La cuccagna" di Luciano Salce
La cuccagna è un film italiano del 1962; il regista, Luciano Salce,
in quel preciso periodo si dimostrò un ottimo cineasta, dirigendo vari film
riconducibili al genere che fu poi denominato "commedia
all'italiana". Questo, forse, vi appartiene in minor misura, viste certe
situazioni che non possono essere considerate drammatiche, ma, piuttosto,
miserevoli. E' la storia di una bella ragazza che vive Roma, e che vuole a
tutti i costi entrare nel mondo del lavoro; negli anni del boom economico, la
cosa sembrerebbe facile, o, per lo meno, non impossibile; ma una serie di
incontri sbagliati, fanno sì che la ragazza si ritrovi senza un lavoro e,
oltretutto, senza una casa perché cacciata dal padre. Il film vuole essere una
forte critica alla società italiana di quel periodo, in cui lo sviluppo
economico sembrava poter risolvere tutti i problemi della nazione, e invece li
aumentava, perché coi suoi meccanismi diabolici dava modo di arricchirsi a
individui senza scrupoli, disonesti e affamati di denaro; così la giovane si
ritrova coinvolta in una serie di avventure infime, insieme a persone
squallide, losche, pronte a soddisfare i propri piaceri a qualunque costo o ad
ingannare la povera sprovveduta e inesperta senza alcuna pietà. Alla fine
comprenderà che il solo modo per fare dei soldi è quello di scendere a
insopportabili compromessi, come l'accettare le avances di alcuni vecchi e ricchi marpioni e, di conseguenza,
prostituirsi. L'unico incontro che risulterà positivo per la ragazza, sarà
quello, del tutto casuale, con un giovane povero e dalle idee strane; da lui si
rifugerà nel momento di maggiore difficoltà. I due penseranno al suicidio, ma
alla fine vi rinunceranno, tentando di prendere la vita per quella che è.
Questo film in parte anticipa la tematica di Io la conoscevo bene: opera cinematografica importante di Antonio
Pietrangeli uscita tre anni dopo, in cui si ripropone la vicenda di una ragazza
inghiottita dalla "città tentacolare". Protagonista del film è
Donatella Turri, un'attrice che, non so bene il motivo, dopo quest'opera
cinematografica si è quasi persa, ritirandosi dalle scene poco tempo dopo;
eppure mi sembra che abbia interpretato il ruolo affidatogli in maniera
egregia. La stessa cosa non può dirsi per Luigi Tenco, altro attore presente
nel film, che, con la sua recitazione nervosa e un po' impacciata, dimostrò di
non essere nato per fare l'attore. Però fa comunque piacere vederlo, anche in
un film in cui non brilla, perché è stato un cantante ed un personaggio
indimenticabile. A proposito di Tenco, sembra quasi incredibile che, ad un
certo punto della vicenda, il cantautore si ritrovi ad interpretare un
personaggio che intende suicidarsi. Bella la colonna sonora di Ennio Morricone,
grazie alla quale, Tenco pubblicò nello stesso anno in cui uscì il film, un
disco a 45 giri con due brani musicali nati dalla collaborazione tra Morricone
e Salce.
Titolo: La cuccagna
Nazione: Italia
Anno: 1962
Genere: Commedia
Regia: Luciano Salce
Cast: Donatella Turri, Luigi Tenco, Umberto D'Orsi, Anna
Baj, Liù Bosisio, Gianni Dei, Piero Gerlini,Fernando Cerulli, Ivy Holzer,
Emilio Barrella
Durata: 108 minuti.
sabato 25 giugno 2022
"La parola amore esiste" di Mimmo Calopresti
Angela è una donna di trent'anni che vive da sola in un appartamento di Roma. Vorrebbe lavorare pur non avendone bisogno (proviene da una famiglia benestante) e vorrebbe anche avere un compagno, ma è frenata e ossessionata da una serie di elementi insignificanti e di dettagli, riguardanti i colori e i numeri, che gli complicano in modo serio le relazioni col prossimo. Decide di sottoporsi ad alcune sedute psicoanalitiche, ma la cosa non l'aiuta più di tanto. Un giorno nota, uscendo dallo studio dello psicologo, che nello stesso palazzo risiede anche Marco Recanati, un uomo interessante; costui ha circa quarant'anni, è separato, ha una figlia adolescente e vive dando lezioni di violoncello. Angela inizia a inserire nella posta dell'uomo, una serie di bigliettini con i testi di brevi poesie giapponesi. Marco, non avendo la minima idea sulla provenienza dei biglietti, pensa che possano essere opera di una sua allieva. Quindi, Angela decide di fare un passo avanti...
Bel film, che parla di problemi più o
meno risolvibili, dovuti ad una personalità molto particolare ed estremamente
sensibile. Il finale non da nessuna certezza, ma lascia qualche speranza. Direi
ottima per la parte che ricopre è la recitazione di Valeria Bruni Tedeschi;
ancora una volta all'altezza è Fabrizio Bentivoglio nel ruolo dell'insegnante
di violoncello; parti minori che lasciano il segno anche per Marina Confalone e
Gérard Depardieu. Calopresti, sebbene ancora giovane, qui si dimostra grande
regista, capace di trattare un argomento non facile con delicatezza e massimo
rispetto.
Titolo: La parola amore esiste
Nazione: Italia
Anno: 1998
Genere: Drammatico
Regia: Mimmo Calopresti
Cast: Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio,
Marina Confalone, Valeria Milillo, Gérard Depardieu, Daria Nicolodi, Giovanna
Giuliani, Massimo Bonetti, Roberto Di Francesco.
Durata: 87 minuti.
sabato 24 luglio 2021
"I gabbiani volano basso" di Giorgio Cristallini
Tra i film che ho
visto con l'attore Maurizio Merli come protagonista, ritengo che questo sia il
migliore. La vicenda è incentrata su un uomo americano che, a causa di errori
fatali commessi in patria e in Italia, si ritrova ricattato da un imprenditore
disonesto e senza scrupoli, il quale gli commissiona un omicidio di una persona
scomoda, promettendogli una protezione e un ritorno sicuro al paese di nascita
con una nuova identità. Da qui la serie di avventure e disavventure del povero
killer, che, tra un colpo di scena ed un altro, fa la conoscenza di una donna
francese di mezz'età, affascinante e nubile, che lo aiuta e della quale
s'innamora. Si tratta di un thriller italiano senza troppe pretese, che a volte sfocia nel drammatico; si guarda volentieri, malgrado certi personaggi e determinate situazioni risultino
improbabili; oltre al protagonista Merli, fanno un'egregia figura anche gli
altri interpreti: Mel Ferrer, Franco Garofalo e due bellezze dell'epoca: Nathalie
Delon e Dagmar Lassander; la direzione è di Giorgio Cristallini, che fu anche sceneggiatore
e aiutante di vari registi; questa penso sia la sua migliore pellicola. Il titolo
del film lo si deve ad una scena in cui l'americano e la donna francese,
durante un viaggio in traghetto verso l'isola di Ponza, notano dei gabbiani che
si tuffano in acqua per procurarsi il cibo; da qui nascono una serie di
considerazioni sulla vita e la società, per nulla banali.
Titolo: I
gabbiani volano basso
Nazione: Italia
Anno: 1977
Genere: Thriller
Regia: Giorgio
Cristallini
Cast: Maurizio
Merli, Nathalie Delon, Mel Ferrer, Dagmar Lassander, Franco Garofalo, Orlando
Urdaneta.
Citazioni:
«Come gli
somigliamo».
«A chi?»
«Ai
gabbiani: cercano la felicità nel boccone migliore che si contendono giorno per
giorno, tra i rifiuti che trovano in mare».
«C'è una vecchia
canzone francese che dice: "Ne tue pas les goelands": Non uccidere i
gabbiani».
«Già, non
uccidere i gabbiani; come dire non violentare i deboli. Sono sempre loro: gli
intoccabili, i potenti, le aquile, i rapaci, a condizionare la nostra
vita».



