Non sono mai stato un ammiratore di Woody Allen, anche se qualche suo film non mi è dispiaciuto. Ho rivisto dopo circa un anno "Blue Jasmine", lungometraggio diretto proprio dal cineasta newyorkese, e sono di nuovo rimasto entusiasta, sia della vicenda qui narrata sia dei personaggi ottimamente interpretati da attori perfetti nei ruoli affidatigli (presumo che il motivo di tale bravura sia da ricercare anche e soprattutto nella direzione di Allen). La protagonista è una donna di mezza età, ancora affascinante, che si chiama Janet ma ama farsi chiamare Jasmine; coprotagonista è la sorella adottiva (lo sono entrambe), di nome Ginger: meno bella di Jasmine, ma più assennata. Il film inizia con l'arrivo di Jasmine nella modesta casa della sorella, a causa di seri problemi finanziari nati a seguito dell'arresto e del successivo suicidio del marito: un facoltoso uomo d'affari che si era arricchito grazie ad una serie di truffe ai danni di ingenui malcapitati, attratti dalle lusinghe d'investimenti assai proficui, paventati proprio da Hal (questo è il nome del defunto marito di Jasmine). Il lungometraggio alterna scene del presente e del passato della avvenente donna; nelle prime le due sorelle vivono le loro differenti situazioni economiche, sociali e sentimentali in modo differente. Ginger, dopo la separazione da Augie, suo precedente marito - proprio a causa di un malaugurato investimento consigliatogli da Hal, che ha avuto come conseguenza la perdita di una notevole somma di denaro acquisita dalla ex coppia a seguito di una vincita alla lotteria - ha una relazione con Chili: un modesto meccanico che la ama moltissimo, ma che certo non gli può offrire più di tanto, a parte l'amore sincero che prova per lei; Jasmine prova a rifarsi una vita propria, trovando un lavoro da segretaria presso uno studio dentistico e, nello stesso tempo, frequentando un corso serale per apprendisti d'informatica. Nelle scene relative al passato delle due sorelle, si mette in risalto la personalità di Jasmine: una donna che ama il lusso e disprezza la povertà; che si disinteressa dei modi in cui il marito si è arricchito, ma che si adagia tranquillamente nella vita opulenta e fastosa di un ambiente molto benestante; che neppure si accorge - al contrario della sorella - dei continui tradimenti di Hal (lo viene a sapere molto tardi); che contribuisce direttamente a coinvolgere in un disastro finanziario (a causa di investimenti inopportuni) il marito di Ginger, il quale proprio a causa di questo fatto lascia la moglie. Ma Jasmine combina guai anche dopo la fine del suo matrimonio, conclusosi tragicamente dopo il suicidio di Hal in prigione: dà nuovi, cattivi consigli alla sorella che l'ha accolta in casa malgrado tutto, incitandola a lasciare il suo fidanzato per cercane un altro che sia di un rango sociale più elevato; il risultato è che Ginger abbandona Chili e inizia una relazione con un uomo: Al, conosciuto durante una festa; questo rapporto però si sgretola dopo pochissimo tempo a causa delle bugie di Al, che, messo alle strette, rivela a Ginger di essere sposato. Nel frattempo Jasmine conosce a sua volta un uomo assai benestante: Dwight; ma dopo gli ottimi presupposti che farebbero pensare ad una relazione salda e duratura tra i due, Jasmine commette l'errore fatale di tenere completamente nascosto il suo passato matrimonio a Dwight, che viene però a sapere tutto dopo un casuale incontro con Augie, il quale esterna a Jasmine tutto il suo risentimento per il patrimonio dissoltosi a causa di nefasti investimenti consigliatigli da lei e da Hal. Jasmine si ritrova di nuovo sola, e quando torna nella casa di Ginger scopre che la sorella è tornata con Chili. Sempre più provata e insofferente, s'imbottisce di psicofarmaci e di alcolici per poi lasciare definitivamente la casa della sorella. Il film termina con Jasmine che si ritrova in strada e, seduta su una panchina di un parco, parla da sola. È soprattutto il finale che mi ha sorpreso e intristito: Jasmine era una donna bellissima, che poteva avere tutto dalla vita, ma a causa della sua dissennatezza si ritrova senza niente. Penso che Allen, nel creare questa storia si sia ispirato a persone realmente conosciute, e credo che ve ne siano tante, anche ai giorni nostri. L'attrice Cate Blanchett, nei panni di Jasmine, è semplicemente perfetta, ed ha senz'altro meritato l'Oscar come migliore attrice protagonista del 2013.
Frammenti di cinema
sabato 9 agosto 2025
martedì 29 luglio 2025
"Padri e figlie" di Gabriele Muccino
Del tutto casualmente ho visto buona parte di un film trasmesso da Rai Movie, e sebbene mi sia perso la parte iniziale, questo film mi è piaciuto molto, e ne vorrei parlare. S'intitola "Padri e figlie", ed è uscito nelle sale nel 2015; il regista è Gabriele Muccino, ma la produzione ed il cast sono statunitensi.
I protagonisti sono due. Il primo è Jake (interpretato da Russel Crowe), un uomo di mezza età che di professione fa lo scrittore; la svolta nella vita di Jake avviene a seguito di una sua fatale distrazione, che provoca un incidente automobilistico in cui muore la moglie; lui si salva, ma subisce delle serie conseguenze a livello di salute (tremori continui e crisi epilettiche). Così si ritrova da solo, sia a dover affrontare una seria malattia cerebrale, sia a dover provvedere al mantenimento dell'unica figlia rimasta orfana di madre. Le cose si complicano quando, a causa delle conseguenze della malattia, l'uomo è costretto al ricovero in un ospedale (vi rimarrà per sette mesi) e la bambina viene momentaneamente affidata ai benestanti zii materni. Tornato a casa, Jake, riprende con sé la figlia, ma gli zii sono decisi ad ottenerne l'affidamento a causa dei gravi problemi mentali e finanziari che ha il padre (l'ultimo suo libro si rivela un fiasco completo, sia a livello di vendite che di critica). Jake decide così di affidarsi ad un avvocato, e di andare in giudizio; quando le cose sembravano mettersi male, perché l'uomo non appare in grado di affrontare le spese della causa in corso, ecco il colpo di scena: lo zio della piccola viene direttamente coinvolto in una tresca amorosa extraconiugale, perdendo così ogni diritto sull'adozione. Nel contempo Jake affida alla sua editrice (nei cui panni c'è Jane Fonda) il manoscritto di un nuovo romanzo scritto in pochi mesi, proprio per ottenere dei soldi velocemente e poter affrontare le spese giudiziarie. Quando tutto sembra risolto, Jake ha un malore, e muore a seguito di una crisi epilettica.
L'altra protagonista - le due storie nel film vengono narrate parallelamente - è una ragazza di nome Katie (interpretata da Amanda Seyfried), che, ancora prima di laurearsi in psicologia, viene assunta come assistente sociale e lavora in una sorta di orfanatrofio, cercando di aiutare dei bambini rimasti traumatizzati a seguito della perdita o dell'abbandono dei loro genitori. In particolare si occupa di Lucy: bimba affetta da mutismo a seguito della morte improvvisa della madre. Nel contempo Katie conduce una vita da autentica libertina, fino a quando conosce Cameron: ragazzo serio e intelligente, appassionato di letteratura e in particolare dei libri scritti dal padre della ragazza. Tra i due nasce un rapporto d'amore apparentemente saldo, ma Katie non riesce a rinunciare alla vita che faceva prima di conoscere Cameron, e pur amandolo, lo tradisce in continuazione, causando sconcerto e rabbia nel ragazzo che, dopo l'ennesimo sfacciato tradimento decide di lasciarla definitivamente. Katie deve lasciare per sempre anche Lucy, a cui si era affezionata molto, perché nel frattempo una famiglia aveva deciso di adottarla. Disperata e sola, la ragazza cerca di nuovo l'ex fidanzato, e visto che non gli risponde più al telefono lo va a cercare nella sua abitazione. Quando il ragazzo gli apre la porta, Katie scopre che non è solo, e se ne va piangendo. Quando torna a casa, però, trova Cameron che la sta aspettando, disposto ancora una volta a perdonarla e ad amarla, malgrado le difficoltà palesi del loro tormentato rapporto.
Soltanto alla fine ho compreso, non avendo visto la parte iniziale della storia, che Katie era la faglia di Jake: cresciuta senza i genitori e traumatizzata dai due tragici eventi che le avevano fatto perdere prima la madre e poi il padre. È, come ho detto, un gran bel film, che parla di sentimenti, d'amore e dei problemi che possono nascere nella vita di chiunque si trovi ad affrontare delle situazioni imponderabili, che arrivano all'improvviso e che hanno conseguenze devastanti sul prosieguo della vita. Tutt'altro che mascherata, nel film c'è anche una critica alla società odierna, e lo si capisce sia dalla posizione precaria in cui si ritrova il povero padre, costretto a difendersi per avere ancora con sé la figlia, pur non avendo fatto nulla di sbagliato; sia per un dialogo in particolare, che vede protagonista proprio Jake: stressato dal faticoso lavoro a cui lui stesso si è volontariamente sottoposto per pubblicare in breve tempo un nuovo libro e ottenere così del denaro necessario al proseguimento della causa giudiziaria, l'uomo ha una discussione con la figlia che, sentitasi trascurata dal padre, lo rimprovera e si allontana piangendo. La riporto per intero, perché mi ha colpito: «Lavoro per chi? Per chi è il lavoro? Perché ci servono i soldi per gli avvocati, soldi per il cibo, soldi per i vestiti, per la scuola, per avere un tetto sopra la testa, perché noi viviamo negli Stati Uniti dei soldi: arte, amore, amicizia non hanno più alcun valore, solo i soldi!».
giovedì 24 luglio 2025
"Gruppo di famiglia in un interno" di Luchino Visconti
Ho visto di nuovo - credo che fosse la quinta o la sesta volta - il film di Luchino Visconti intitolato Gruppo di famiglia in un interno. Ogni nuova visione mi convince sempre più del fatto che si tratti di un'opera cinematografica di eccezionale valore. Cominciai a sentirne parlare quando ero ancora bambino, perché, nei giorni in cui il film fu proiettato nelle sale italiane, anche i miei genitori ed i miei nonni materni si recarono al cinema per vederlo. Credo ne rimasero alquanto entusiasti, poiché nei giorni successivi, se ben ricordo, il film divenne uno degli argomenti più trattati quando tutti o quasi si ritrovavano in casa mia o dei miei nonni. Io allora non potei andare a vederlo per via del divieto ai minori (avevo soltanto otto anni); cosa assurda ai tempi d'oggi, visto che non vi sono scene particolarmente cruenti o spiacevoli. Non ricordo bene quando lo vidi per la prima volta, ma è certo che non mi fece impazzire; poi, cogli anni, riguardandolo ancora, mi accorsi che era un ottimo film. Negli ultimi tempi credo di averlo rivisto almeno tre volte, rimanendo sempre molto soddisfatto delle visioni. È cosa nota a tutti il fatto che Luchino Visconti sia stato uno dei registi più validi della storia del cinema italiano; per apprezzare appieno i suoi tanti, ottimi film, occorre secondo me crescere intellettualmente. Gruppo di famiglia in un interno è una sorta di romanzo adattato al cinema, che vede come protagonista un anziano professore; l'uomo, totalmente disilluso e privo di qualsivoglia amicizia, vive da solo, dedicandosi esclusivamente a studi personali e alla collezione di quadri del XVIII secolo, di grandissimo valore. All'improvviso, nella sua isolata eppur tranquilla esistenza, irrompe una famiglia decisamente sui generis, composta da una marchesa, il suo amante, la sua figlia e il fidanzato di quest'ultima. La marchesa, dopo avere scoperto casualmente dell'esistenza di un appartamento vuoto, che si trova sopra quello del professore (di cui è proprietario), entra quasi furtivamente nella casa dell'anziano, e gli chiede di vedere l'alloggio. Malgrado i rifiuti dell'uomo, che non intende affittarlo e tanto meno venderlo - come vorrebbe la signora Brumonti (cognome della marchesa), aiutata in questo dagli altri tre famigliari che nel frattempo sono sopraggiunti sul luogo -, ottiene a seguito di tenaci insistenze, il consenso del professore. Da qui in poi succederanno una serie di eventi che il professore minimamente poteva immaginare, e che lo faranno infuriare più di una volta. Però il locatore, malgrado alcune minacce, non ritornerà sulle sue decisioni, e lascerà alla stravagante famiglia anche la libertà di apportare profonde modifiche agli interni del suddetto appartamento, che ne risulterà sconvolto, a favore di una modernità rifacentesi a gusti orribili. La verità, come ben spiegherà il professore stesso in occasione di una cena con tutti i nuovi coinquilini, è che l'uomo si è affezionato a tutti loro, perché la loro inaspettata, movimentata eppur gradita presenza lo ha risvegliato da una sorta di torpore mentale e fisico in cui viveva da molti anni; il loro arrivo ha rappresentato per lui, vecchio e solo, l'estrema possibilità di avere finalmente una famiglia: cosa che non si era verificata nel suo passato, perché il suo matrimonio era subito finito male, e si era troppo presto lasciato con l'unica donna della sua vita. I cinque personaggi principali del film sono tutti descritti in maniera perfetta da Visconti; la marchesa Brumonti, che di nobile non ha praticamente nulla, è una donna sfacciata, prepotente e isterica, alla continua ricerca del mero piacere fisico e totalmente priva di moralità; Lietta, figlia unica della marchesa, è una ragazza alquanto spregiudicata, a volte provocatrice (tenterà di sedurre anche il professore), estroversa al punto di dire sempre e in qualunque occasione - anche le meno opportune - ciò che pensa; Stefano (il fidanzato di Lietta), è un giovane che si adatta perfettamente alla vita smodata e dissipata della famiglia Brumonti, è anche un fervente sostenitore del capitalismo e non perde occasione per difenderlo, litigando con Konrad: l'amante della marchesa, ovvero un ex sessantottino che ha perso per strada ogni ideale rivoluzionario in nome di un'esistenza "facile", tra gente particolarmente ricca, che pure sfrutta spudoratamente perché ha per loro un mai sopito disprezzo, anche dichiarato apertamente. Ma il personaggio che su tutti spicca, è naturalmente quello del professore: uomo onesto, che si è appartato dal mondo per dedicarsi ai suoi interessi artistici e culturali, ma che comunque soffre la sua meditata e ostinata solitudine; pagherà cara questa sua debolezza - se così può essere definita - perché se è vero che i nuovi arrivati lo faranno sentire meno solo, è altrettanto vero che gli sconvolgeranno totalmente la vita, e faranno sì che ne risulti compromessa anche la sua salute fisica. Bellissimo e indimenticabile è il discorso finale che il professore fa durante la sera in cui si ritrova coi famigliari acquisiti per l'ultima volta, e che riporto di seguito:
«Il giorno in cui la signora Brumonti venne da me a chiedermi di affittarle l'appartamento, io rifiutai: avevo paura della vicinanza di gente che non conoscevo, che avrebbe potuto disturbarmi; tutto, invece, è stato molto peggio di quanto potessi immaginare. Semmai sono esistiti inquilini impossibili, io credo che siano toccati a me. Ma poi mi sono trovato a pensare, come diceva Lietta, che avrebbero potuto essere la mia famiglia, riuscita o meno, diversa da me fino allo spasimo; e, siccome amo questa sciagurata famiglia, vorrei fare qualcosa per lei, come lei, senza rendersene conto, ha fatto qualcosa per me. C'è uno scrittore, del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente... racconta di un inquilino che un giorno s'insedia in un appartamento sopra il suo... Lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi... Poi, tutto un tratto, sparisce, e per lungo tempo c'è solo il silenzio. Ma all'improvviso ritorna. In seguito le sue assenze si fanno più rare, e la sa presenza più costante: è la morte, la coscienza di essere giunto al termine della sua vita, che gli si è annunciata in uno dei suoi innumerevoli quanto ingannevoli travestimenti. La vostra presenza qui sopra ha significato il contrario per me, e non credo di essere caduto in un inganno: voi mi avete svegliato bruscamente da un sonno che era profondo, insensibile e sordo come la morte».
Infine qualche parola per gli attori del film: buone le interpretazioni di Claudia Marsani (Lietta) e Stefano Patrizi (Stefano); eccellenti quelle di Silvana Mangano (la marchesa Brumonti) e Helmut Berger (Konrad); fenomenale quella di Burt Lancaster nel ruolo del professore.
domenica 20 luglio 2025
"Compagna di viaggio" di Peter Del Monte
Cora è una ragazza che vive a Roma facendo lavori saltuari; un giorno, una donna la contatta e gli affida un compito particolare: seguire il padre - un ex professore anziano e un po' svanito -, che tutti i giorni esce di casa e molto spesso si perde; Cora accetta, anche perché il compenso è cospicuo, e inizia il suo nuovo lavoro con impegno e scrupolosità, fino al mattino in cui il professore esce di casa con una valigia, va alla stazione e parte senza una meta precisa; la ragazza lo segue, sebbene contrariata. Da qui in avanti i due si allontaneranno e si riavvicineranno più volte, andando incontro ad una serie di situazioni del tutto impreviste. Veramente bello questo film di Peter Dal Monte, grazie ad una storia originale e curiosa e agli attori perfetti nei loro ruoli. Ci sono dei momenti veramente divertenti, soprattutto nel periodo in cui i due protagonisti si parlano; qui nasce un incontro tra due anime diversissime, quasi opposte per età, per carattere e per formazione; eppure tra i due nasce un rapporto d'amicizia e d'intesa impensabile, e quando, nel finale del film, si ritroveranno nella sala d'attesa di un'anonima stazione, basterà il guardarsi e il sorridersi per capire di essere, tutto sommato, simili; poiché, seppure per motivi diversi, entrambi si ritrovano in fuga da realtà spiacevoli, che non gli appartengono e che non riescono ad accettare.
Titolo: Compagna di viaggio
Nazione: Italia
Anno: 1996
Genere: Drammatico
Regia: Peter Del Monte
Cast: Asia Argento, Michel Piccoli, Silvia Cohen, Lino
Capolicchio, Max Malatesta, Pierfrancesco Poggi, Antonio Calia, Christele
Procopio, Maddalena Maggi, Elisabetta Rocchetti, Tarcisio Branca, Katarzyna
Waszynska, Sebastiano Colla, Patrizia Pezza, Germano Di Mattia, Silvana
Gasparini, Teresa Saponangelo, Chantal Ughi.
Durata: 108 minuti.
domenica 13 luglio 2025
"I bambini ci guardano" di Vittorio De Sica
Grazie al canale televisivo Rai Storia, ho avuto la possibilità di rivedere, dopo tanti anni, il primo film drammatico di Vittorio De Sica: I bambini ci guardano. La pellicola uscì nelle sale italiane nel 1943: in pieno conflitto mondiale, e consacrò definitivamente De Sica regista, autore, nei successivi anni, di altri capolavori indimenticabili come Sciuscià, Ladri di biciclette e Miracolo a Milano. Credo che, quella riproposta dalla Rai, fosse una versione restaurata del film, dato che le immagini erano nitidissime; altrettanto però non posso dire parlando del sonoro: decisamente scadente. Il lungometraggio racconta una storia che oggi, probabilmente, non susciterebbe alcun interesse, perché credo si verifichi abbastanza di frequente.
Pricò è il nome di un bambino che vive felicemente a Roma con i suoi genitori: Andrea - il padre - lavora come ragioniere in un ufficio; Nina - la madre - non lavora, e si dedica a far crescere nel migliore dei modi l'unico figlio che ha. Tutto cambia quando Nina ha una relazione extraconiugale con Roberto; quest'ultimo la convince, dopo molti tentativi, a lasciare la sua famiglia e a partire con lui. Andrea si ritrova così, improvvisamente, a dover crescere da solo il figlio, pur se aiutato in questo da una ottima governante. Dopo un breve periodo Nina ci ripensa e torna a casa; Andrea, malgrado ciò che gli ha fatto, decide di perdonarla e di continuare a vivere con lei, anche per il bene di Pricò. Ma quando tutto sembrava risolto definitivamente, ecco che Nina - pedinata da Roberto, mai rassegnatosi a lasciarla andare -, dopo un breve periodo di villeggiatura in una località balneare, decide di fuggire di nuovo con l'amante. Andrea viene a sapere della decisione di Nina da una lettera che trova in casa quando torna dal lavoro; per lui è il crollo definitivo: incapace di affrontare nuovamente una situazione del genere, lascia Pricò in un collegio religioso e quindi si suicida. Il film termina con l'incontro tra il bambino e la madre, entrambi in lacrime; Pricò viene incoraggiato a dirigersi verso Nina, ed abbracciarla, ma il piccolo, che ha capito benissimo la ragione per cui il padre si è tolto la vita, si rifiuta di farlo, e correndo si allontana da lei.
È, alla fine, la storia di un adulterio, che si conclude tragicamente. Andrea è un padre e un marito esemplare: non ha alcuna colpa del tradimento che subisce da parte della moglie; innocente ovviamente è anche Pricò, che soffre della nuova situazione creatasi come il padre. Andrea non reagisce violentemente, come magari succederebbe ai giorni nostri: quando capisce che la sua famiglia è ormai distrutta, si preoccupa di trovare una degna sistemazione al figlio, per poi togliersi definitivamente di mezzo. Il bimbo certo avrebbe preferito crescere insieme al padre, che amava moltissimo, ma ormai non vuole più stare con la madre: colpevole, con i suoi comportamenti irresponsabili, del tragico gesto di Andrea; perciò la rifiuta, preferendo rimanere in collegio, con gente che non conosce, piuttosto che vivere con una persona inaffidabile, che può allontanarsi da lui - così come ha già fatto per ben due volte - perché evidentemente non gli vuole bene.
sabato 21 giugno 2025
"Land" di Robin Wright
In questa nostro mondo, dove la vita umana ha perso ogni valore o forse non ne ha avuto mai alcuno, è possibile perdere le persone che ci stanno più a cuore per motivi inaccettabili, come un attentato terroristico o un incidente stradale. Quando, in seguito a tali dolorosissime perdite, si rimane del tutto soli, è normale che si fatichi terribilmente ad andare avanti, e che si cerchino delle scappatoie, dei rifugi per non pensare ad una realtà talmente dura da non poterla accettare; e si prova un dolore ancora più acuto, ci si sente ancora più soli stando insieme alla gente che, per forza di cose, è completamente indifferente alla nostra situazione. Questo ed altro ancora racconta il bellissimo film di Robin Wright intitolato Land, e uscito nelle sale cinematografiche nel 2021. Nella vicenda filmica, una donna che ha da poco perduto tragicamente i suoi famigliari, non ce la fa ad andare avanti, e decide di isolarsi totalmente dal mondo; va a vivere in un casolare sperduto tra i monti, e non vuole più avere notizie di chiunque. Ma la sua scelta si rivela troppo ardua: giunto l'inverno, non riesce a far fronte alle difficoltà nate da un clima tremendamente ostile. Per lei sembra finita quando, fortuitamente, viene trovata ancora in vita da un montanaro di passaggio, che ben conosce quei luoghi. Grazie a lui si riprende, e col suo aiuto impara tante cose utili a sopravvivere in un ambiente tutt'altro che confortevole. La donna non desiste affatto dalla sua scelta di vivere da sola e lontana da tutti, ma accetta le visite saltuarie dell'uomo a cui deve la vita. Quando quest'ultimo non torna per molto tempo, è lei che va a cercarlo nella città più vicina, scoprendo che è malato gravemente, e che presto morirà. Alla fine la donna ritorna sulle sue drastiche decisioni, e si mette in contatto con la sorella. Un dialogo tra la donna e il montanaro mi ha colpito particolarmente: lui le chiede se si sente sola in quel luogo sperduto, e lei risponde: "Alle volte sì, ma mai come mi sento sola in città".
lunedì 16 giugno 2025
"Seberg - Nel mirino" di Benedict Andrews
Dell'attrice statunitense Jean Seberg (1938-1979), fino a ieri sapevo ben poco. Me la ricordavo e tutt'ora me la ricordo per due film in particolare: Buongiorno tristezza di Otto Preminger, e Questa specie d'amore di Alberto Bevilacqua. Nulla sapevo della sua tormentata vita, delle sue scelte coraggiose e della sua precoce morte. Tutti questi particolari ed altri ancora, vengono ben narrati nel film intitolato Seberg- Nel mirino (2019), diretto da Benedict Andrews; io ho avuto l'opportunità di vederlo recentemente, e devo dire che la vicenda personale di questa sfortunata attrice (qui interpretata da Kristen Stewart) mi ha sorpreso. Fu in particolare una scelta - del tutto libera e perfino encomiabile - a farla diventare un bersaglio del governo statunitense e dell'FBI: quella di finanziare tramite donazioni in denaro, il gruppo delle "Pantere Nere", che nella seconda metà degli anni '60 del XX secolo si battè per contrastare il razzismo verso i neri d'America. La Seberg, non appena divenne noto a tutti il suo schieramento a favore di questa organizzazione, fu spiata prima e screditata poi tramite articoli denigratori usciti in alcuni tra i più importanti quotidiani degli Stati Uniti. La sua carriera cinematografica, così come la sua vita privata, subirono delle ripercussioni gravissime. Pur continuando a lavorare saltuariamente, la donna non si riprese più, ed a soli quarant'anni morì: fu ritrovata nella sua auto dopo dieci giorni dalla segnalazione della sua scomparsa, e probabilmente si suicidò. Ciò che accadde a Jean Seberg fa riflettere; parlando di libertà, si portano spesso ad esempio gli Stati Uniti d'America, ma tantissimi fatti di cronaca che attraversano l'intero secolo scorso e il primo quarto dell'attuale, mettono fortemente in dubbio che l'America sia un paese veramente libero.

