mercoledì 26 agosto 2026

"Il tempo che ci vuole" di Francesca Comencini

 Il buon cinema mi ha appassionato fin da quando ero un bambino. Ovviamente i miei gusti, col tempo, sono mutati, anche nettamente. Non ho mai frequentato sale cinematografiche, ma mi sono sempre accontentato di guardare i film alla Tv, a parte un breve periodo, in cui avendo acquistato un videoregistratore, era facile che mi recassi in negozi - soprattutto grandi librerie - in cui poter trovare delle cassette di lungometraggi nuovi o vecchi che non avevo ancora visto, e che m'intrigavano. Ultimamente mi succede spesso di guardare opere filmiche trasmesse da canali in chiaro, che dedicano il proprio palinsesto esclusivamente al cinema, come "Iris" o "Rai Movie"; ieri sera, dando credito ad un consiglio letto su Facebook, ho deciso di vedere "Il tempo che ci vuole": un film di Francesca Comencini trasmesso da "Rai 5". Ebbene, sono rimasto pienamente soddisfatto da tale visione, che mi ha emozionato e commosso come mi avviene raramente. La vicenda raccontata è autobiografica: parla della vita di Francesca, partendo dagli anni dell'infanzia e giungendo a quelli della maturità, accanto al padre Luigi: ottimo regista italiano, autore di opere indimenticabili come "Tutti a casa" (1960) e lo sceneggiato televisivo "Le avventure di Pinocchio" (1972), che è entrato a far parte dei miei migliori ricordi appartenenti all'età infantile. Nel film di Francesca - terzogenita della famiglia Comencini - per tutta la storia compaiono solamente padre e figlia, come se il resto dei familiari fossero assenti (cosa che non credo, perché è più probabile si tratti di una scelta precisa dell'autrice). La quasi totalità degli eventi descritti, appartengono agli anni '70 del XX secolo: un decennio particolare, per certi aspetti duro e difficile. Il momento più drammatico si trova nella seconda parte del film, relativa, grosso modo, alla seconda metà del decennio citato; è in questo periodo che Francesca si trova a vivere un momento esistenziale complicatissimo, da cui riesce a venirne fuori esclusivamente grazie all'intervento paterno, che per aiutare la figlia, decide di partire verso Parigi con lei; nella capitale francese, i due rimangono per un tempo non specificato, che è, come recita il titolo del lungometraggio: "il tempo che ci vuole" per risolvere definitivamente i problemi che affliggono Francesca. Qui vien fuori la straordinaria umanità di Luigi, un uomo che ama profondamente la figlia, tanto più quando questa non riesce ad uscire da una situazione tremendamente complicata. La storia ci fa capire che Francesca, senza il supporto paterno, probabilmente non sarebbe mai diventata una bravissima regista, tanto meno avrebbe realizzato questo film così pieno di umanità e di amore: un capolavoro.

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