Il neoralismo ha rappresentato il punto più alto mai toccato dal cinema italiano, che fu conosciuto, apprezzato e largamente premiato all'estero grazie a registi eccezionali che seppero trasporre sul grande schermo la realtà della nostra patria così come era: nuda e cruda. Molti (soprattutto in Italia) accusarono questo tipo di cinema perché spietatamente e spudoratamente metteva in mostra le miserie nazionali, ma, a ripensarci oggi, tali accuse appaiono più che mai assurde e inopportune; dovevano forse i nostri cineasti nascondere una realtà esistente e non invece farla conoscere e denunciarla? Tra i compiti del cinema migliore, a mio avviso, c'è anche quello di informare, di porre sotto i riflettori tutto ciò che, pur presentando elementi di crudezza e di scomodità, fa parte della realtà. Da questo intento nacquero capolavori che ora sono delle pietre miliari del nostro cinema. I maggiori esponenti del neoralismo furono: Roberto Rossellini con "Roma città aperta" (1945), "Paisà" (1946) e "Germania anno zero" (1948); Vittorio De Sica con "Sciuscià" (1946), "Ladri di biciclette" (1948), "Miracolo a Milano" (1950) e "Umberto D." (1952); Luchino Visconti con "Ossessione" (1943), "La terra trema" (1948) e "Bellissima" (1951); Pietro Germi con "In nome della legge" (1948) e "Il cammino della speranza" (1950); Giuseppe De Santis con "Caccia tragica" (1946), "Riso amaro" (1949) e "Non c'è pace tra gli ulivi" (1950). Una breve menzione per gli attori principali, a parte quelli che furono definiti "non professionisti" (e che furono in gran quantità perché secondo la concezione dei registi del neorealismo la realtà doveva essere raffigurata dalla gente comune), si ricordano: Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Paolo Stoppa, Silvana Mangano, Raf Vallone, Lucia Bosè, Massimo Girotti, Clara Calamai ed altri ancora.
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